Alessandro Rosina, Professore Ordinario di Demografia

Mer, 29/06/2022
Alessandro Rosina, Professore Ordinario di Demografia

L’Italia è in crisi demografica ormai da oltre quarant’anni. Internazionalmente e a livello statistico-demografico la media di due figli per donna consente l’equilibrio tra le generazioni perché attorno a questo valore la popolazione non aumenta e non diminuisce in modo potenzialmente critico. Francia e Svezia sono due paesi europei di riferimento. Per l’Italia i fattori più evidenti rispetto agli altri paesi europei sono il bassissimo tasso di fecondità (1,25 figli per donna), il diventare madri sempre più tardi (età media di 32,2 anni in Italia) o addirittura il rinunciare ad avere figli (quasi una donna su quattro). Questo implica che le generazioni successive siano in numero ridotto rispetto a quelle precedenti comportando così squilibri e costi sempre più evidenti nella struttura demografica del Paese tantoché nella prima metà degli anni ‘90 siamo stati il primo Paese al mondo in cui gli over 65 hanno superato gli over 15. Senza cambiamenti di rotta entro il 2050 gli over 65 in Italia saranno il triplo degli over 15 e già oggi le persone con oltre 80 anni sono in numero maggiore rispetto alle nuove nascite.

Siamo nel pieno fenomeno della trappola demografica: la costante bassa natalità di tutti questi decenni sta riducendo sempre più la popolazione in età riproduttiva in quanto è pienamente attivo il circolo vizioso della demografia per il quale la diminuzione delle nascite corrisponde alla diminuzione di nuovi genitori e così via per ogni generazione successiva. Il rischio è quindi di squilibri che si autoalimentano se non si inverte la tendenza aumentando le nascite, questo si può fare agendo in modo interdipendente su cause e conseguenze del fenomeno. Ricordo, in un’ottica sistemica, come spesso l’aumento delle nascite tende ad andare di pari passo con l’aumento dell’occupazione giovanile e femminile permettendo in questo modo anche di contrastare la critica riduzione della popolazione attiva.

Un altro fenomeno oramai organico della nostra epoca è sicuramente l’allungamento della vita e il relativo spostamento in avanti, alla soglia dei 75 anni, della fase propriamente anziana. Infatti le persone che oggi hanno un’età compresa tra i 65 e i 74 anni sono paragonabili, da molti punti di vista, alle persone che negli anni ’70 del secolo scorso avevano un’età compresa tra i 45 e i 54 anni. Tutto ciò va messo in una prospettiva di valore trovando le condizioni che soddisfino allo stesso tempo i lavoratori, le aziende e lo Stato. I lavoratori affinché possano investire in modo attivo nella propria vita che si allunga, le aziende affinché possano continuare ad essere produttive anche con dipendenti dall’età sempre più alta e lo Stato affinché possa limitare i costi previdenziali e avere un maggiore apporto contributivo per la crescita del Paese.

Una delle conseguenze degli squilibri dovuti alla crisi demografica è il degiovanimento che in Italia è divenuto strutturale. Oltre ad avere la minor percentuale di popolazione under 30 tra i paesi europei siamo anche uno degli ultimi paesi a investire in formazione e occupabilità per la popolazione più giovane tantoché l’Italia ha la percentuale maggiore di NEET (giovani che non studiano né lavorano). Dal 2010 la quota di NEET è stata adottata dall’UE come indicatore principale di spreco della risorsa giovane in un territorio. Anche per i giovani laureati le cose non vanno bene, al 2020 nel nostro Paese il tasso di occupazione dei laureati tra i 25 e i 34 anni era al 64,1% rispetto alla media UE che si attestava all’83,7%. Bisogna inoltre agire nella formazione e nell’occupazione femminile soprattutto incentivando lo sviluppo delle competenze tecnico-scientifiche infatti purtroppo nel 2020 solamente il 16% di laureate aveva un titolo in discipline STEM.

In questa cornice non propriamente favorevole tuttavia l’Italia è il paese europeo con maggiori opportunità per valorizzare le nuove generazioni se riusciamo a mettere in campo le politiche giuste. La discontinuità prodotta dalla pandemia, gli investimenti di Next Generation EU, i progetti del Pnrr in combinazione con quelli del Family Act sono tutte opportunità reali che concretamente possono renderci capaci di mobilitare un potenziale di forza lavoro maggiore rispetto a tutti gli altri paesi. I suddetti fenomeni critici nostrani possono quindi essere trasformati in leve di sviluppo (valorizzazione del talento femminile, dei giovani e delle nuove fasi di vita attiva, assieme a una migliore gestione dell’immigrazione), ma solo se ci sarà la determinazione e il coraggio di farlo.