Lavoro. La formazione bilaterale sostiene l’industria 4.0: 130 nuovi assunti in aziende metalmeccaniche con piani sulla competitività

Gio, 17/03/2016

Presentata a Roma un’indagine su percorsi formativi di settore gestiti dalle parti sociali, finanziati da Fondimpresa.

130 nuovi assunti in 51 imprese. Un aumento medio del fatturato del 2,5%. Sono i risultati ottenuti da aziende italiane del settore metalmeccanico che hanno partecipato, tra marzo 2015 e marzo 2016, a progetti di formazione sulla competitività finanziati da Fondimpresa, il Fondo interprofessionale di Confindustria Cgil Cisl e Uil. I risultati sono stati presentati a Roma, nel corso del convegno “La formazione professionale utile e usabile nell’industry 4.0”, organizzato dai soggetti attuatori, cui hanno partecipato il Segretario Generale della Fim Cisl, Marco Bentivogli, il Direttore Generale di Federmeccanica, Stefano Franchi, il Vicepresidente di Fondimpresa, Paolo Carcassi e il Ministro del Lavoro, Giuliano Poletti.

L’indagine - promossa da Paolo Cocomello e Antonello Gisotti, in collaborazione con gli attuatori dei piani formativi - propone, per la prima volta nel settore, un quadro organizzato sugli effetti della formazione finanziata dalle parti e sul livello del dialogo sociale. A questo scopo ha coinvolto tutti i protagonisti della formazione bilaterale - lavoratori, responsabili aziendali, soggetti attuatori, Comitati Paritetici di Pilotaggio – nell’analisi di 13 piani realizzati nell’ambito dell’Avviso 4/2014, promosso dal Fondo di Confindustria Cgil Cisl e Uil con l’obiettivo specifico di orientare la formazione sui fattori di maggiore slancio propulsivo per la crescita delle aziende e dell’occupazione. L’Avviso ha erogato 50 milioni di euro, formando 47.000 lavoratori di oltre 7.300 aziende, ed è stato replicato dall’Avviso 5/2015, ancora aperto, con 72 milioni di euro.

I 13 piani di settore hanno formato 6209 lavoratori, di cui 1492 donne e 945 under 30, di 967 aziende, di cui 898 PMI. Tra loro, oltre 2400 lavoratori e 276 aziende hanno commentato i corsi e Le attività formative sono state progettate in base ai fabbisogni necessari per realizzare piani di investimento delle aziende, dedicati per la maggior parte alla digitalizzazione dei processi aziendali e all’innovazione tecnologica di prodotto e di processo, seguite da innovazione organizzativa, internazionalizzazione, commercio elettronico, contratti di rete. Tra le azioni formative più frequenti: Analisi dei dati e report con sistemi di Business Intelligence, Dematerializzazione documentale e archivi digitali, Digital manufacturing, Il valore giuridico della firma digitale e marcatura temporale, Cloud Computing aziendale, Piattaforme di eProcurement, Costruire l’export: come muovere i primi passi sui mercati esteri, Tecnologie innovative per il risparmio energetico e per un utilizzo razionale delle fonti rinnovabili.

I risultati sono rilevanti: su 2400 lavoratori e 276 aziende coinvolti nella ricerca, si sono effettuate 132 nuove assunzioni in 51 aziende (il 24% del campione); rapporto tra investimenti delle imprese e risorse Fondimpresa pari al 15%; aumento del fatturato oltre il 2,5%. Per il 44,5% dei lavoratori il corso frequentato ha migliorato “molto” le performance professionali e incide positivamente sul processo produttivo, per il 49,5% “abbastanza”. Responsi negativi da appena il 6% (per il 5,5% “poco” e per lo 0,5% “per niente”). Dei dipendenti assunti dopo l’intervento di formazione, la maggior parte è nell’area della produzione (45%), ricerca e sviluppo (18%), amministrazione (14%), supporto tecnico e manutenzione (9%).

Quando ai processi di innovazione delle imprese corrispondono azioni di sostegno integrate – sono le conclusioni dell’indagine – gli esiti sono rilevanti. La formazione d’impresa si conferma attore fondamentale a supporto dei processi di innovazione e della conseguente crescita occupazionale, ma i massimi risultati si ottengono solo con un’azione di sistema in cui “tutte le componenti coinvolte nel processo svolgono il proprio ruolo in modo efficace e puntuale”. Un’indicazione fortemente significativa per la futura azione e programmazione della formazione nel settore come per le importanti partite aperte, dal rinnovo contrattuale alla recentissima ipotesi di contratto integrativo per Finmeccanica One.

“La formazione professionale, insieme al diritto allo studio, dopo la salute e sicurezza, è il diritto più importante per i lavoratori e deve essere realizzato in tutte le aziende fino in fondo, non solo sulla carta – sostiene il Segretario generale della Fim Cisl, Marco Bentivogli -. E' la garanzia più forte di stabilità occupazionale, di qualità e di promozione umana nel lavoro e di tenuta di fronte ai cambiamenti già in corso nell'Industria 4.0. Per questo – conclude - anche nel rinnovo del contratto nazionale con Federmeccanica, stiamo introducendo la formazione come “diritto soggettivo” del singolo lavoratore”.

“Questa indagine – sottolinea il Direttore Generale di Federmeccanica, Stefano Franchi - evidenzia come la formazione efficace, collegata all’innovazione e allo sviluppo della professionalità crei occupazione e occupabilità. E’ ciò che Federmeccanica sostiene e promuove anche nell’ambito del processo di rinnovamento culturale e contrattuale che stiamo portando avanti.”

“Ancora una volta le esperienze reali dimostrano che Fondimpresa fa rendere al massimo la leva della formazione, sia in realtà in crisi sia in aziende in espansione” osserva Paolo Carcassi, Vicepresidente del più grande Fondo italiano, che in 10 anni ha finanziato con 2,3 miliardi di euro la formazione (anche più volte) di oltre 2.400.000 lavoratori. “Per questo – rimarca – è del tutto ingiustificabile il prelievo di 120 milioni di euro che da quest’anno viene fatto stabilmente sui Fondi interprofessionali, destinandolo in modo del tutto generico al Bilancio dello Stato. Per continuare, invece, la nostra azione così vantaggiosa per tutta l’economia occorre stabilità non solo sul piano delle risorse ma su quello della normativa di riferimento”. “Purtroppo – conclude – nonostante i Fondi abbiano dimostrato di essere l’attore più valido delle politiche attive del lavoro, i loro modelli virtuosi non sono affatto considerati nel fervente dibattito in corso su occupazione e disoccupazione, che rischia di girare a vuoto se non fa tesoro delle buone pratiche”.