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Ivan Ortenzi

Una famosa frase dice che il futuro non si può prevedere ma si può disegnare e si può progettare. Quando parliamo di futuro l’approccio più corretto è quello di parlare dei possibili scenari. Ed è un po’ quello che stiamo facendo in questo periodo di forte discontinuità e di manifesta singolarità dovuta all’epidemia. Come dicono gli esperti di innovazione: stiamo provando a progettare insieme un futuro possibile.

Per chi fa il mio mestiere l’attività più interessante è senza dubbio quella di dare forma a questi scenari incrociando l’impatto delle tecnologie sui mercati e sui comportamenti con le nuove informazioni e la necessità di nuove competenze. Ma non si può costruire il futuro se non si riesce a guardare al passato in modo critico avendone colto appieno i suoi insegnamenti.

Quando si parla di gap e di diversity, nelle loro differenti forme, credo sia importante strutturare la discussione partendo dalla consapevolezza dell’esistenza del divario prima di poterci dedicare a trovare le soluzioni per colmarlo in modo definitivo. Per fare questo è importante che figure specializzate aiutino i diversi attori dell’ecosistema in questa attività di disegno, progettazione e correzione degli scenari presenti in azienda e sul mercato. Un’attività fondamentale se ci si focalizza sull’innovazione delle organizzazioni e dei modelli di business.

Una delle storie del passato e delle figure iconiche che spesso scomodo per discutere di formazione e di gender gap è quella di Maria Montessori. Non solo perché io sono montessoriano ma anche perché è una bellissima storia di donne e di futuro. Parliamo della fine dell’800 quando contribuì con il suo impegno all'emancipazione femminile. Nel 1896 partecipò al Congresso Femminile di Berlino in veste di rappresentante dell'Italia tenendo un intervento sul diritto alla parità salariale tra donne e uomini. In quell'occasione le donne operaie della sua cittadina natale, Chiaravalle, raccolsero una somma per contribuire alle spese di viaggio. Da questo evento grazie anche agli impegni e ai ruoli istituzionali la figura della Montessori diventò molto famosa nelle aree che l’hanno resa celebre ovvero la formazione e l’apprendimento per bambini. Moltissimi modelli maschili del tempo la indicarono come la donna più interessante presente in Europa. Oggi la sua lunga opera pedagogica e didattica è stata ripresa e valorizzata in molti ambiti dando vita alle ben conosciute scuole montessoriane ma anche ad un fenomeno particolare cha va sotto il nome di “Montessori Mafia”. Molti tycoon delle principali aziende di tecnologia e non solo, molte figure di primo piano nello sport e nell’arte condividono una matrice comune. Quella non solo di essere “montessoriani” di formazione avendone frequentato le scuole ma di averne fatto propri i principi per la propria crescita professionale e per il successo delle proprie iniziative. Oggi molte e molti guru delle Corporate moderne, che citiamo come esempi di innovazione, sono montessoriani e soprattutto sono attivi nel finanziare la nascita di scuole montessoriane. Se riguardiamo i principi dell’approccio montessioriano riletti dall’American Montessori Society – Education that transforms lives, questi sono:

  • Promuovere l'indipendenza e la motivazione personale
  • Sviluppare un carattere e un’immagine positiva di sé
  • Valutare i periodi sensibili all’apprendimento
  • Iniziativa e assunzione di rischi
  • Rispetto per tutte le vite e la diversità
  • Apprendimento continuo
  • Libertà di scelta con responsabilità

Possiamo trovare una splendida coincidenza con tutti quei valori e quei afflati culturali che molti consulenti e molti formatori consigliano alle aziende per affrontare il cambiamento, l’innovazione e modificare il modo di lavorare per affrontare le nostre sfide.

Sulla base di questo incipit mi piace spesso sottolineare che dalle Scuole Montessori dovremmo passare alle Aziende Montessori mettendo in atto proprio quei principi citati che guarda caso ispirano molte delle nuove metodologie e degli strumenti di smart working e di collaborazione fra le persone.

Occorre esporre le persone ai nuovi punti di vista o se preferite occorre formare le persone ai nuovi punti di vista.

La formazione in azienda sembra sempre un problema perché è vista, erroneamente, come tempo sottratto alla produttività. Anche la formazione deve riprogrammare sé stessa e lo dico da formatore e da professore. Dovremo affrontare un profondo processo di “redistribuzione” degli spazi, dei tempi dei ruoli, delle responsabilità e del valore della formazione alla luce della consapevolezza che la formazione continua non sarà una scelta o una necessità ma la base di qualsiasi professione. La formazione del futuro sarà profondamente diversa da quella che abbiamo sempre conosciuto. Se non sarà diversa sarà percepita come una perdita di tempo poiché non sarà più utile efficiente ed efficace rispetto alle necessità di aziende e lavoratori .Ormai non si può più parlare di digitale o tradizionale proprio perché questa è una differenza che di fatto nel presente non esiste più, stiamo andando verso la dinamica ibrida, un terzo stato in cui il digitale non è la sostituzione del fisico. La Formazione del futuro le immagino redistribuita anche nei tempi poiché noi apprendiamo in maniera ubiqua. Le competenze di cui lavoratori avranno bisogno saranno sempre più tecniche e verticali, iper-specializzate e combinate con competenze trasversali come il pensiero critico e la capacità di interpretazione di dati e dei fenomeni. Chiunque saprà cogliere queste nuove dimensioni dell’apprendimento avrà il futuro a portata di mano. Oggi le aziende hanno il compito fondamentale di affrontare questo gap del tema formazione. Uno dei molti gap tra ritardi e diversità ma la storia dell’innovazione ci racconta che essa nasce proprio dalla capacità di riconoscere, di gestire e di colmare i gap con soluzioni che travalicano lo status quo e ci portano nel futuro.