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Orazio Giancola

di Orazio Giancola, Dipartimento di Scienze Sociali ed Economiche Università di Roma “Sapienza”

L’attuale pandemia di Covid-19 ci ha messo di fronte ad una verità di fatto che molti faticano ad accettare: che “Non siamo mai stati moderni” (rifacendoci al titolo di un classico di Bruno Latour). La diffusione dell’infrastruttura socio-tecnica di Internet e del World Wide Web, che già era stata salutata ed accolta come foriera di un nuovo paradigma, di fatto ha mostrato tante ambiguità legate alla differenziazione sociale, in senso territoriale (differenze “tra nazioni” e “dentro le nazioni”), tra classi e ceti sociali, tra comparti produttivi/occupazionali etc. Il “distanziamento sociale” che sembrava poter essere abbattuto dalle possibilità di connessione tramite web, di fatto ha prodotto scenari che mettono a dura prova – oltre che la resistenza individuale nella vita quotidiana – il sistema produttivo e il sistema dell’education (includendo con questo termine sia la scuola che l’università che il mondo della formazione).

Il recentissimo documento OECD su Covid-19 e sistemi educativi /dall’eloquente titolo “Learning remotely when schools close”) mostra senza troppi fronzoli che l’Italia occupa posti di coda per la diffusione di Internet a scuola, nonostante l’investimento inscritto nel Piano Nazionale Scuola Digitale (ex lex. 107/2015), che il corpo docente è poco formato ad una reale integrazione delle ICT negli schemi didattici che invece restano ben ancorati ad un approccio trasmissivo frontale e rigidamente disciplinarista, che le differenze sociali – per effetto di una sorta di scotoma selettiva – erano e sono ignorate, come se la “rivoluzione tecnologica” fosse per sua natura davvero democratica, partecipativa ed inclusiva. I dati, nella loro brutale freddezza, ci restituiscono un quadro tutt’altro che confortante.  

Si potrebbe obiettare che queste evidenze riguardano il mondo della scuola. In realtà anche il sistema della cosiddetta higher education (istruzione universitaria ed istruzione e formazione post-secondaria non universitaria) non ha reagito meglio all’onda di piena indotta dalla pandemia. Anche sistemi nei quali la F.A.D. o l’e-learning dovrebbero essere, se non la regola, almeno una parte della strumentazione didattica di base hanno fatto una fatica enorme (e dagli esiti incerti) per riadattarsi velocemente. Uno degli effetti più evidenti è stato il ricorso massivo a piattaforme o strumenti di vario tipo: dal Google Class e Meet fino a Zoom, passando per strani ibridi tipo lezione registrate su YouTube e poi inserite in piattaforme open access o corporate). Di per sé la ricerca di soluzioni agili di fronte a problemi inediti potrebbe essere una cosa positiva, magari generativa di nuove soluzioni. Quello a cui stiamo invece assistendo è una sorta di spostamento forzato di contenuti già ben confezionati ed incapsulati in una forma differente. Cambia il contenitore, resta la sostanza. Ma, come ci diceva con acutissima abilità (quasi una capacità di preveggenza) nel 1967 Marshall McLuhan, “il medium è il messaggio” quindi il contenitore e suoi criteri strutturali organizzano la comunicazione (dal latino cum=con, e munire=legare, costruire quindi communico = mettere in comune, far partecipe). L’aspetto drammatico di questo passaggio è che, quindi, questo travaso parrebbe (non siamo in grado di produrre prove basate sull’evidenza) aver prodotto una trasposizione fisica di contenuti vecchi in nuovi contenitori. Le opportunità offerte da strumenti potenzialmente dialogici in modo sincrono o asincrono, sono in larga parte disperse.

La mia impressione (di docente universitario impegnato in corsi triennali e magistrale ma anche in master di livello avanzato ed in attività formative extra universitarie), condivisa tra l’altro con numerosi colleghi e colleghe, è che nonostante si possa essere iper-presenti nelle classi virtuali, rispondere alle sessioni di “Question & Answer” quasi in tempo reale, facendo incontri e lezioni via YouTube, Skype, Class, Meet, Zoom, non siamo pronti alla smaterializzazione del rapporto didattico. Non lo siamo pedagogicamente, psicologicamente, didatticamente (in termini di decostruzione e ricostruzione dei contenuti) nonché sul versante relazionale (come rapporti docente-studenti e tra studenti).

La didattica e formazione a distanza parrebbero funzionare bene solo in due casi.

Il primo è la "trasmissione one-to-many" di contenuti ben standardizzati ed incapsulati, per soggetti molto motivati e realizzata con modalità comunicative asciutte (modello “TED Talks” o “MOOC”, con la possibilità di fruire di materiali extra per l’apprendimento individuale). Ma noi non siamo di fronte ad una platea (di studenti o di lavoratori) omogenea per motivazione, abilità linguistiche, pre-requisiti culturali, nonché per abilità e dotazione tecnologica, spazi vitali e per l'apprendimento (tempo e spazio contano), conciliazione del trittico lavoro-formazione-vita privata. Nuovi meccanismi di “in” o “out”, di inclusione vs esclusione si mettono in moto, con modalità formative di questo tipo.

Un secondo tipo è la formazione per piccoli o piccolissimi gruppi, dove sia il modello blended (fruizione asincrona associata a momento di scambio ed interazione) che completamente sincronico (lezioni/seminari/laboratori in presenza simultanea) permettono il massimo sfruttamento delle ICT. Ma anche in questo caso entrano in gioco variabili di selezione sociale della platea degli utenti. Inoltre un approccio di questo tipo è fortemente “time expensive” e “time consuming” sia per chi si trova a progettare (in termini di contenuti, simulazioni, esercitazioni, etc.) ed erogare la formazione sia di chi è coinvolto come partecipante. Costi e tempi si moltiplicano e la de-standardizzazione che richiede un approccio di questo tipo mal si sposa con regolamenti e burocrazia che imbrigliano l’azione e l’interazione pedagogica (a scuola, come all’università, come nella formazione).

In tutto ciò, non dimentichiamoci che la forbice della diseguaglianze cresce, che i livelli di competenza della popolazione adulta, ergo della forza lavoro, sono bassissimi (l’OECD-PIAAC su questo parla chiaro) e che la concorrenza globale non gioca più solo sui prezzi e la potenza produttiva ma sulla capacità di creare ex novo o di reinventare l’esistente.

Le questioni in campo, quindi, non sono da poco. Un sistema paradigmaticamente vecchio, nonostante la cromata verniciatura di ICT, non è ancora stato né sostituito e neppure lontanamente affiancato da uno nuovo. Tante sono le questioni organizzative, procedurali, infrastrutturali, pedagogiche, ma anche amministrative e gestionali che entrano in gioco. Noi (docenti, formatori, ricercatori, i più illuminati tra i policy makers) guardavamo a scenari futuri possibili di industria robotizzata, lavoro smaterializzato (ma in cui la “parte sporca” del lavoro è solo delocalizzata e non quantitativamente ridotta); intanto il futuro ha fatto irruzione da una porta laterale e ci ha colto di sorpresa. Ora sta a noi cercare, seriamente e riflessivamente, strade nuove e percorribili.