Far leva sulla componente femminile per accrescere il numero degli occupati: questo è uno degli obiettivi che la Comunità Europea si è prefissa di raggiungere a Lisbona. L'Italia sembra si stia muovendo in questa direzione. I cambiamenti sono in atto, ma i risultati parlano chiaro: dei 2 milioni e 635 mila posti di lavoro creati nel decennio trascorso, come si evince dal Rapporto Isfol 2005 (www.isfol.it), poco meno di 1 milione e 800 mila sono stati ricoperti da donne ed i rimanenti 850 mila da uomini. Le occupate crescono ma gli obiettivi UE sono ancora lontani: se si eccettua Malta, infatti, il tasso di partecipazione femminile italiano, registrato dall'Istituto per lo Sviluppo della Formazione professionale dei Lavoratori intorno al 50,6%, è ancora il più basso della Comunità Europea. Da oggi al 2010, si legge nel Rapporto, per poter stare al passo con le politiche europee, il tasso di occupazione femminile dovrebbe crescere di quasi 15 punti percentuali.
Le laureate risultano essere le più occupate; ma al decrescere del livello del titolo di studio si riduce il tasso di occupazione delle donne e aumenta la differenza rispetto ai valori medi della componente maschile. Inoltre il lavoro part-time si presenta come una modalità di impiego tipicamente femminile, questo non sembrerebbe dettato da "costrizioni" del mercato ma da scelte e preferenze soggettive, o da modelli familiari; solo per il 26% di occupate sembra essere una scelta obbligata poiché non riesce a trovare un impiego full- time.
Il titolo di studio non risulta essere il solo deterrente per il mancato inserimento della donna nel mondo del lavoro. Un peso notevole è da attribuire alla maternità: una donna su otto 8 (13,5%), infatti, abbandona l'impiego alla nascita del primo figlio, solo il 2,5% comincia o riprende a lavorare dopo la gravidanza. Questo comporta una ulteriore osservazione riguardo al divario geografico della nostra penisola: se il tasso di occupazione femminile al Nord supera quello del Mezzogiorno di oltre 24 punti percentuali, è pur vero che laddove è più alta la partecipazione è più sostenuta la caduta occupazionale al momento della maternità. Alla base di queste difficoltà prettamente femminili si delineano a tinte forti i problemi legati alla conciliazione tra tempi di lavoro e tempi di vita. Problemi che assumono connotazioni diverse nel sud del nostro Paese dove la situazione risulta essere ancora più critica per il minor numero di strutture pubbliche di sostegno presenti sul territorio e per le minori possibilità di ricorso al part-time.
Un valido contributo all'occupazione femminile viene dal progetto Equal ( www.equalitalia.it ), uno degli strumenti messi in campo dalla Comunità Europea per realizzare la strategia comunitaria per l'occupazione. I progetti che favoriscono la partecipazione di genere al mercato del lavoro propongono due linee di intervento: promozione e sviluppo di una nuova imprenditorialità femminile, creazione di un sistema di servizi e iniziative per incoraggiare la conciliazione familiare e le pari opportunità nel lavoro. Il sostegno alla creazione di imprese sociali, gestite e organizzate da donne, ha cercato di avviare uno sviluppo economico compatibile con gli obiettivi di coesione sociale e di conciliazione. Gli interventi rivolti al miglioramento della qualità del lavoro, alla riduzione del divario e della segregazione professionale delle donne hanno puntato sulla creazione di un clima favorevole allo sviluppo, al mantenimento e alla valorizzazione dell'occupazione femminile attraverso la creazione di una cultura di pari opportunità.