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Dove è finita la ricerca

Note positive e negative della produzione scientifica italiana rispetto al contesto globale

Attuale problema degli Stati è determinare la modalità migliore per sostenere e far crescere gli intelletti, favorire la loro libera attività e sviluppare così la ricerca. Tale delicato meccanismo è, infatti, fonte di massimo progresso per ogni Paese.

La ricerca scientifica mondiale è stata per molto tempo essenzialmente affidata all'università, ma pian piano altri soggetti hanno iniziato ad interessarsene attivamente. Proprio riguardo a tali protagonisti, il Vecchio e il Nuovo Continente presentano una forte differenza: nel primo l'Università è la sede principale della ricerca scientifica, nel secondo, invece, i centri di ricerca indipendenti sono molto numerosi e producono gran parte degli studi. Tra queste due realtà vi è un gap notevole e l'America rappresenta il modello vincente.

Secondo un'indagine pubblicata su "Nature" da King, consigliere scientifico del governo inglese, la quota italiana sul totale delle pubblicazioni mondiali è salita dal 3,67% del periodo 1993-1997, al 4,05 del 1997-2001. Inoltre la quantità degli articoli più citati è passata dal 3,32% al 4,31%, e la produttività degli studiosi italiani, in termini di numero di pubblicazioni per ricercatore e di numero di citazioni, risulta essere al terzo posto nel mondo. Solo il Giappone può vantare una crescita più alta (www.senato.it).

Malgrado queste note così positive, però, non mancano le criticità, come il deficit di addetti alla ricerca. La percentuale dei nostri ricercatori sulla popolazione attiva risulta essere, infatti, dello 0,33%, quasi la metà di quella della Francia (0,61), della Germania (0,61), e dell'Inghilterra (0,55). Anche per quanto riguarda la percentuale del Pil investito in formazione universitaria, il nostro 0,63% appare di molto inferiore a quello della Francia (1,13), della Germania (1,04), e della Gran Bretagna (1,11). Il deficit, poi, di produzione di dottori di ricerca (PhD) è elevatissimo, in quanto il sistema universitario italiano investe meno nella ricerca specialistica che nella didattica. Anche il rapporto fra ricercatori pubblici e privati non è certo positivo se confrontato con quello delle nazioni estere. In Italia il numero dei primi è molto superiore rispetto ai secondi: ciò significa che il sistema economico, soprattutto a causa delle dimensioni delle nostre aziende, non possiede ancora il ritmo della ricerca straniera. La persistente debolezza delle strutture e la rigidità nell'arruolamento dei docenti, sono, poi, ulteriori problemi.
Secondo un'analisi globale, comunque, il Bel Paese risulta essere, pur presentando forti difetti e lacune, una realtà in positiva evoluzione, ricca di ricercatori di alta qualità e produttività che riescono ad ottenere risultati di indubbio valore mondiale.